Si dice spesso che la bellezza sta negli occhi di chi guarda. È una frase consumata, ma se la si prende sul serio diventa molto concreta.

Due persone osservano la stessa scena, lo stesso quadro, la stessa situazione. Una ci trova qualcosa di bello, l’altra no. L’oggetto è lo stesso, ma l’esperienza cambia. Questo significa che la bellezza non è nell’oggetto in sé: nasce nell’incontro tra ciò che vediamo e ciò che siamo. Ognuno attribuisce un significato diverso perché guarda attraverso il proprio mondo interiore.

Da qui il punto centrale: chi è più incline a vedere il bello, di solito, ha già dentro di sé quella qualità. Non la inventa, la riconosce. E nel riconoscerla, in qualche modo la proietta anche fuori. Al contrario, chi è immerso in rabbia, tristezza, risentimento, tenderà a cogliere soprattutto il brutto. Non per cattiva volontà, ma perché guarda attraverso una lente che uniforma tutto a quel tono. Se dentro c’è grigio, fuori si vedrà grigio.

Quindi quando qualcuno non trova mai nulla di bello, nulla di profondo o di meraviglioso, il punto non è il mondo esterno. È che dentro manca — o è poco sviluppato — quello spazio capace di risuonare con ciò che vede. Manca quella qualità interna che permette di riconoscere la bellezza quando si presenta.

È un po’ come la risonanza in musica: se una corda vibra a una certa frequenza, farà risuonare ciò che è accordato su quella stessa frequenza. Il resto rimane muto. Con la bellezza succede qualcosa di simile: vediamo davvero solo ciò con cui siamo, almeno in parte, già accordati.

C’è però un aspetto meno immediato. La bellezza non è sempre facile da reggere. Non è solo qualcosa che piace: a volte è intensa, quasi eccessiva. Costringe ad aprirsi, e aprirsi non è sempre comodo. I nostri limiti, il nostro “brutto” interiore, fanno resistenza. Ridimensionano l’esperienza, abbassano il volume, per non mettere in crisi quell’equilibrio un po’ stretto a cui siamo abituati.

In questo senso si può dire che la bellezza “brucia”. Non perché sia negativa, ma perché è ampia, viva, e non sempre siamo pronti a sostenerla. La piccola struttura dell’ego — che cerca controllo, sicurezza, conferme — tende a difendersi da ciò che la supera. Così finiamo per vedere meno, non perché il mondo sia povero, ma perché ci proteggiamo da ciò che è troppo.

In alcuni ambienti si dice che il mondo è bellissimo, siamo noi a essere ciechi. Non c’è nulla di più vero! Siamo ciechi quando restiamo chiusi nei nostri problemi, nelle nostre aspettative, in ciò che dovrebbe andare diversamente per farci sentire a posto. Rimaniamo dentro un nucleo ristretto, e da lì è difficile accorgersi di ciò che sta fuori.

È un po’ come stare chiusi nel nocciolo e pretendere di capire il frutto. Da lì non si sente il sapore, non si vedono i colori, non si coglie la forma della pianta che lo ha generato. Figuriamoci il resto.

Per questo la capacità di vedere la bellezza è, in fondo, un indicatore dello sviluppo animico. Non dice tutto, ma dice molto. Più c’è spazio dentro, più c’è apertura, più il mondo si mostra per quello che è. Non perché cambi lui, ma perché cambia lo sguardo.

Posted in

Se vuoi:

  • affrontare un problema che ti sta a cuore
  • soddisfare una curiosità o chiarire un dubbio
  • avere un punto di vista diverso su una situazione
  • un colloquio di natura psicologica
  • un confronto esistenziale, spirituale o filosofico

Tag

Consapevolezza coscienza ego equilibrio interiore Franco Battiato omologazione percezione della realtà presenza psicologia responsabilità individuale

Archivio

Ultimi Articoli

Scopri di più da Paolo Praticò

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere