Quando abbiamo deciso di incarnarci in questo periodo storico, in questa vita, sapevamo di dover affrontare delle montagne russe. La nostra anima ne è sempre stata consapevole e ha accettato tempi estremi: non è stato un incidente, ma una scelta — anche se la nostra personalità non è sempre d’accordo.

Se pensavate di aver visto tutto con la follia del Covid e con ciò che ne è seguito, con guerre raccontate in modo binario — buoni e cattivi, schieramenti opposti, letture sempre più semplificate — se pensavate di aver visto il massimo con l’aumento del costo della benzina, dei costi energetici, con stipendi fermi e un tessuto sociale in costante disgregazione, con intelligenze artificiali che ormai occupano ogni immagine, ogni testo, ogni modalità di pensiero, robot umanoidi pronti a consegnare l’ennesimo pacco Amazon ma anche a combattere come il più spregiudicato dei soldati, con un monitoraggio continuo attraverso sistemi di identificazione biometrica e non so, l’idea di potersi affidare, senza attrito, a “Papà Stato” o a “Mamma Sanità”, come se garantissero protezione e interesse collettivo in modo lineare… Allora c’è qualcosa di grosso da rivedere
C’è un’aspettativa diffusa: che arrivi un correttivo esterno, un salvatore capace di ristabilire ordine e giustizia. Certo, è una prospettiva rassicurante, ma non regge il confronto con la realtà. Prima di ricostruire un nuovo assetto, è necessario smantellare le sovrastrutture che hanno prodotto quello attuale. È una dinamica ricorrente: ogni civiltà, raggiunto il proprio apice, entra in una fase di declino, così come ogni pesca, dopo aver raggiunto il grado di maturazione, comincia a marcire. È semplicemente l’effetto naturale del perenne mutamento. Tutto scorre, tutto cambia e, dopo aver raggiunto il punto più alto, non resta che ridiscendere. Questa è la vita.
Attribuire la responsabilità a pochi — politici, élite, centri di potere — è parziale. Il livello macroscopico riflette quello individuale. Se fossimo realmente “più sani” di questa élite, non permetteremmo loro di governarci. Per inciso, anche la dicotomia NOI-LORO non funziona più. La verità è che la maggior parte delle persone investe energie nell’esteriorità, nell’apparire, nel posizionamento personale, mentre trascura l’essere, esattamente come i cattivi da cui ci si vuole liberare… Si cura l’immagine, ma si rimanda il lavoro più essenziale: sviluppare volontà, maturità, profondità; diventare persone più lucide e più stabili. È più facile guardare altrove, cercare scuse, additare gli altri per ciò che non funziona. Ma, al netto di tutto, ciò che emerge è una perdita di contatto con la natura umana, il venir meno della condivisione, della connessione reale con le persone e con l’ambiente, l’indebolimento dell’idea di collettività. Sono processi che partono dal singolo e si amplificano nel sistema, che a sua volta spinge verso la frammentazione sociale — basti pensare al principio del “dividi et impera”.
C’è poi un ulteriore passaggio, spesso sottovalutato: la caduta delle sovrastrutture — un’economia sempre più fuori controllo, sistemi sanitari a cui ci si affida con crescente incertezza, tensioni sociali diffuse, guerre tra popoli, tra fazioni, tra ideologie e idealizzazioni — non è neutra. Aumenta la pressione sugli individui. E quando la pressione esterna cresce, ciò che non è strutturato internamente si incrina. I macro-movimenti si riflettono in una progressiva destrutturazione del singolo: più fatica a stare al mondo, più reattività, più tensione interna. Quello che oggi osserviamo — rabbia diffusa, instabilità, senso di smarrimento — non è un picco, ma un inizio. Tenderà ad aumentare.
La questione, quindi, è più profonda: non abbiamo compreso fino in fondo il senso della nostra presenza qui, ora, su questo pianeta Terra. Non siamo qui per una passeggiata di piacere in un centro benessere di ultima generazione. Il senso della nostra presenza, per chi ha ancora accesa la luce nella propria coscienza, per chi sente la propria anima vibrare e tendere verso la bellezza, verso l’armonia, verso qualcosa di più alto, è proprio questo: riuscire a rimanere saldi in se stessi, diventare punti di riferimento per chi smarrisce ogni appiglio e iniziare a gettare le basi per un futuro differente. Perché la nuova umanità nascerà da ciò che rimane di quella vecchia, ma avrà bisogno di una massa critica di persone sveglie, vive, con il cuore aperto. Solo da lì può emergere qualcosa di realmente nuovo. Ed è un compito di estrema importanza.
In questo contesto, chi non è radicato nei propri valori fatica a mantenere una postura stabile. E infatti molti cedono agli impulsi più immediati: rabbia, invidia, desiderio di rivalsa. Non è un’anomalia, è una conseguenza.
La realtà è la somma delle individualità, delle coscienze singole. È uno stato di fatto. E non ci sono segnali che indichino un’inversione rapida. Non arriverà una giustizia esterna a riequilibrare il sistema dall’alto. Questa è una fase di transizione in cui la distruzione precede la ricostruzione.
Per questo la priorità cambia: non rincorrere stabilità esterna, ma costruire centratura interna. Radicarsi. Restare presenti. Mantenere una direzione anche quando il contesto la perde.
Allacciamoci le cinture e restiamo lucidi. La luce è visibile, ma — prima di diventare forma — passa attraverso una rottura. Un’esplosione. Un nuovo Big Bang della Coscienza.

