«Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente…»

A una prima lettura potrebbe sembrare che Battiato alludesse a una personalità rigida, incapace di rivedere le proprie posizioni: in altre parole, a un ottuso. Ma le cose stanno davvero così?

L’essere umano può e deve cambiare idea. Tuttavia, questo processo ha senso solo fino al momento in cui il pensiero non diventa oggettivo. A quel punto il mutamento si arresta: si trova il proprio centro di gravità permanente e si smette di oscillare tra le innumerevoli opinioni, spesso contraddittorie, tipiche della mente umana.
È un po’ come accade con la vista: se oggi osservo un bicchiere e lo riguardo tra un’ora, un mese o un anno, mi aspetto di vedere lo stesso oggetto (salvo incidenti). Questa è una percezione oggettiva.

Con i pensieri, invece, non accade quasi mai. Un giorno siamo di buon umore, troviamo simpatiche le persone, decidiamo di iscriverci in palestra, aderiamo a certe idee sociali e ne rifiutiamo altre. Il giorno dopo ci svegliamo stanchi, infastiditi, non vogliamo vedere nessuno, rimandiamo la palestra, cambiamo opinione su tutto. È una dinamica talmente abituale da passare inosservata. Ci muoviamo nel mondo guidati da ciò che ci piace o non ci piace, scambiando questa reazione soggettiva per un giudizio oggettivo sulla realtà.

Ognuno si pone al centro del proprio mondo e crede di osservarlo in modo neutro. In realtà, la visione è inevitabilmente deformata da umore, credenze, vissuti, educazione, cultura, età, condizioni fisiche. È un tema ampiamente trattato nel libro La prigione invisibile.

Di norma agiamo secondo il principio del piacere: un meccanismo primitivo, orientato alla gratificazione immediata, che solo a tratti lascia spazio a volontà, lucidità e discernimento. Da qui un punto fondamentale: le opinioni personali non hanno alcun valore oggettivo. Non esistono come verità. Sono come schiuma sull’onda: appaiono e scompaiono. Ogni pensiero è un’onda, e ogni opinione svanisce quando l’onda si infrange. Anche quelle a cui restiamo aggrappati per tutta la vita restano opinioni. Per ciascuna esiste sempre un’opposta ugualmente convincente.

È per questo che in ogni ambito — sociale, culturale, relazionale, ma anche interiore — emergono costantemente polarità: destra e sinistra, mi piace e non mi piace, è giusto così oppure no, mare o montagna, aprire o chiudere, agire o riflettere. Ogni “fazione” è sinceramente convinta della propria posizione. E, salvo rari casi fondati su dati tecnici solidi (che comunque restano rivedibili, come accade anche in medicina o in fisica), si tratta sempre di idee che non descrivono ciò che è, ma ciò che la persona proietta.

Dove si trova allora la verità? Dove sta il centro di gravità permanente?

Di certo non in una personalità reattiva, che si muove per affermarsi nel mondo. Come cantava Battiato: «La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito».

L’essere umano esplora, cambia, cerca. Più si immerge nella dimensione materiale — desideri, ambizioni, inganni — più si estende orizzontalmente: accumula informazioni, esperienze, complessità. Ma non si eleva. Rimane invischiato nel piano della materia, nel velo di Maya, senza mai cambiare prospettiva. Si diventa più raffinati, forse, ma anche più complicati, vanitosi, irrequieti. Manca il salto qualitativo: quello che consente di osservare le stesse dinamiche da un livello superiore, senza esserne coinvolti.

Solo quando ci si disidentifica dalla materia e dalle sue spinte diventa possibile uno sguardo impersonale. Non si giudica più in base a ciò che piace o non piace. Si osserva.

Comprendere che ogni opinione personale è relativa è già un movimento verticale. Si esce dalla propria prospettiva e si intuisce una legge più ampia. Questo non significa smettere di avere opinioni, ma non identificarvisi. Il pensiero si affina, si fa più rigoroso, meno reattivo. Si riconoscono i propri errori di valutazione. Ci si avvicina, gradualmente, a ciò che è, anziché a ciò che si proietta.

Per osservare davvero la realtà serve una visione dall’alto, capace di includere l’insieme delle forze in gioco. Ma per farlo bisogna spostarsi lungo la linea verticale. Liberarsi dai vincoli soggettivi, uscire da sé, guardare con uno sguardo che non preferisce, non giudica, non è mosso dal bisogno o dal piacere.

Quando l’essere umano smette di essere in balia degli stimoli — ricordando che basta una pubblicità ben costruita o un richiamo fisico per orientare desideri e decisioni — allora può iniziare ad avvicinarsi al proprio centro di gravità permanente. Non più trascinato dall’esterno, comincia a cogliere la struttura profonda della realtà. Osserva i comportamenti senza esserne accecato, non si ferma alla superficie, non si lascia distrarre. Impara a dirigere l’attenzione — che in fondo è ciò che siamo — e costruisce progressivamente qualcosa di stabile, un nucleo non corruttibile: un sé più alto, non identificato, potremmo dire essenziale.

Colui che è.

Buon lavoro.

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Consapevolezza coscienza ego equilibrio interiore Franco Battiato omologazione percezione della realtà presenza psicologia responsabilità individuale

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