Proseguendo le riflessioni degli articoli precedenti (Manifestazione (in)Diretta e No Time, No Space), è necessario chiarire il ruolo dello strumento più radicale attraverso cui l’Esistenza si manifesta nella sua forma individuale: l’Attenzione.
Non come semplice funzione cognitiva, ma come condizione primaria dell’esperienza.

Se l’attenzione non fosse rivolta a nulla — né internamente né esternamente — sarebbe possibile fare esperienza di qualcosa? Ci sarebbe vita vissuta, autocoscienza, senso del sé?
La risposta, sul piano dell’esperienza diretta, è no.
Senza attenzione focalizzata, l’essere umano esisterebbe come un insieme di apparati sensoriali passivi, attraversati da stimoli ma privi di realtà vissuta. La vista, ad esempio, non è la semplice ricezione di immagini sulla retina: è la selezione di un oggetto tra infiniti possibili. Solo ciò su cui l’attenzione si posa acquisisce significato, e il significato è ciò che colloca un contenuto in una rete di relazioni, attribuendogli funzione, qualità, valore.
In assenza di attenzione non vi è mondo, ma solo stimolazione.
Un flusso indistinto, privo di realtà esperita.
Lo stesso principio vale per tutti i sensi: udito, tatto, gusto, olfatto. Non è lo stimolo a costituire la realtà, ma l’attenzione che lo rende presente come esperienza.
Il fatto stesso che l’attenzione possa spostarsi implica una funzione ulteriore: la Volontà. Non come scelta morale, ma come principio di orientamento. La volontà non crea i contenuti, ma decide a cosa viene concesso di esistere nel campo della coscienza. Da cosa essa sia mossa è una questione ulteriore, che qui resta volutamente aperta.
Torniamo all’attenzione.
Esiste qualcosa al di fuori di ciò a cui l’attenzione è rivolta?
Se porto tutta la mia attenzione alla pizza che sto mangiando, esiste il resto del mondo?
Non l’esistenza ipotizzata di un mondo oggettivo indipendente, ma l’esistenza come presenza nella coscienza, come realtà esperita.
In questo senso, no: non esiste nient’altro.
Ciò che non rientra nel campo della consapevolezza non è reale per il soggetto, perché non è dato come esperienza. Città, persone, colori, pensieri: tutto ciò che non è attualmente attenzionato non è presente, quindi non esiste sul piano dell’esperienza.
Quando ad esempio la persona seduta di fronte a noi richiama la nostra attenzione, accade qualcosa di preciso: un nuovo contenuto entra nel campo della consapevolezza e, in quell’istante, viene al mondo per noi. Non perché venga creato dal nulla, ma perché viene reso reale come esperienza.
Lo stesso meccanismo opera sul piano psicologico.
Se l’attenzione è interamente assorbita da uno stato interno — un dolore, una paura, un malessere — allora quello stato costituisce l’intera realtà vissuta. Tutto il resto, pur potenzialmente presente, non esiste. Non perché sia annullato, ma perché non è dato alla coscienza.
Da qui discende un fatto spesso sottovalutato: la realtà vissuta è funzione diretta dell’attenzione.
Per questo, la disciplina dell’attenzione non è un esercizio accessorio, ma una pratica radicale. Governare l’attenzione significa governare ciò che è reale per noi. E poiché la realtà esperita è l’unica a cui abbiamo accesso, è anche l’unica che, da un punto di vista umano, possa dirsi vera.
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Il tempo esiste?

