
Ho iniziato a interessarmi di politica intorno al 2011. Erano altri tempi, quando bastava accendere la TV per scoprire – direttamente dalla bocca dei protagonisti – che con abbastanza soldi si poteva “rivedere” tutto: ideali, valori, e soprattutto voti.
Da bravo ingenuo mi indignai. Ma invece di scappare, decisi di restare in quella fiera dell’assurdo per puro masochismo intellettuale: volevo capire come funzionavano certi ingranaggi. Non per passione politica, ma per capire dove finisse la facciata e dove iniziasse il meccanismo.
Di seguito alcuni appunti:
Punto primo: chi ha il potere non lo molla. È la sua droga preferita.
E non esistono comunità di recupero per i tossici del comando: nessuno si disintossica volontariamente dal sentirsi Dio.
Punto secondo: chi sta in alto si circonda di utili entusiasti. Quelli che fanno tutto il lavoro sporco con il sorriso da addestramento.
Convinti di essere “decisivi”, in realtà sono comparse con la cravatta e gonnnella. Umani usa-e-getta del sistema.
Punto terzo: per non sembrare una dittatura, il potere si inventa l’alternanza.
Una finta opposizione, e il popolo è felice: “Ho scelto io”. Certo.
Punto quarto: chi comanda davvero non appare mai.
A volte emerge un cognome, una fondazione, una sigla.
Ma se osi pronunciarla, subito vieni etichettato “complottista”: la scomunica ufficiale dell’epoca moderna.
Punto quinto: le promesse elettorali servono a vincere, non a essere mantenute.
Sono spot pubblicitari: slogan, luci, musichina accattivante.
Il prodotto è difettoso, ma la confezione è da premio.
Punto sesto: oggi la politica non ha ideali, ma analisti di marketing.
Fa sondaggi, misura le paure, costruisce slogan su misura.
Non cerca voti: cerca clienti fedeli.
Punto settimo: se votare cambiasse davvero qualcosa, cambierebbero il voto.
L’astensione cresce perché la gente si è accorta che il mazzo di carte è truccato, e il banco vince sempre.
Punto ottavo: il cittadino medio attraversa sempre le stesse fasi:
prima vota un ideale, poi un’idea, poi il meno peggio, poi “quello contro l’altro”, poi “il nuovo che magari spacca”. Infine, smette.
L’ultimo stadio, quello della ribellione, non è ancora previsto nei sondaggi.
Punto nono: se la politica fosse davvero interessata al bene comune, potremmo far governare chiunque.
Non servirebbero geni o santi: basterebbe la buona fede.
Ma quella è merce molto rara in determinati ambienti.
Punto decimo: il potere non teme chi protesta.
Teme chi smette di crederci.
Perché finché urli, sei dentro il gioco.
Quando capisci che il gioco è truccato, e semplicemente ti alzi dal tavolo, il potere perde la sua energia: la tua.
Conclusione: i votanti rimasti sono pochi, e i “salvatori” spuntano come funghi. Non aspettarne uno.
Il vero antidoto è lavorare su sé stessi: diventa CHI TU SEI.
La politica è lo specchio. Se non ti piace l’immagine, forse non è lo specchio il problema.
Inutile lamentarsi di chi ci governa se non riusciamo a governare casa nostra.
Prima di guardare fuori, chiediamoci:
Sto vivendo la MIA VITA?
(tradotto: esprimo il mio potere? quanta distanza c’è tra il mio sé manifesto ed il potenziale che sento di dover ancora esprimere? Scelgo o sono scelto dal caso? – Tradotto ulteriormente: Che rapporto ho con me stesso, i soldi, le relazioni, gli impegni, la volontà etc…)
O sto aspettando ancora la mammella che mi nutre?
TIC-TOC
il tempo fugge…
TIC-TOC
il tempo esiste?

