Superato l’impatto iniziale – quello spaesamento che inevitabilmente si prova entrando nell’universo linguistico di Franco Battiato – rimane qualcosa di più radicale. Non tanto per l’esotismo formale dei suoi testi, quanto per l’impronta dichiaratamente esoterica che li attraversa.
In questo caso, la celebre canzone No Time, No Space, oltre a menzionare mondi lontanissimi, civiltà sepolte e viaggiatori anomali in territori mistici, già dal titolo nega l’esistenza di tempo e spazio così come li conosciamo.
A questo punto la domanda è inevitabile: stiamo parlando di qualcosa di estraneo alla nostra quotidianità, o ne siamo immersi fino al collo senza accorgercene?
La risposta, come avrete già intuito, è la seconda. E in queste righe proveremo a chiarire il perché, sempre che il vostro apparato psicofisico non decida di sabotare tutto.

La mente ordinaria, infatti, non gradisce questo tipo di discorsi. Protesta, s’inalbera, sbraita: come sarebbe a dire che non esistono né spazio né tempo? Ed è perfettamente coerente che reagisca così. La mente lineare può sperimentare la realtà soltanto all’interno di spazio e tempo; è costruita per quello e non può oltrepassare i propri limiti strutturali. Il problema, però, è che molte intuizioni – quelle autentiche, quelle che cambiano la storia – non passano da lì.
Non è un caso che alcune scoperte decisive siano nate mentre il ricercatore era sotto la doccia, seduto sulla tazza del water o perso a osservare un temporale d’agosto. In quei momenti la mente ordinaria è vuota o distratta, e proprio per questo lascia filtrare qualcos’altro. Primo indizio.
Non è però questo l’articolo in cui spieghiamo come partorire colpi di genio. Qui cerchiamo invece di usare i limiti della mente per mostrarle che oltre il suo perimetro c’è dell’altro. E farlo con la sua stessa logica.
Immaginate di voler scrivere a un amico che non sentite da anni. Oppure alla persona più vicina a voi. Sapete già cosa volete dire. Ne avete il senso complessivo, il tono, l’intenzione.
Ma all’inizio non è ancora linguaggio: è un’idea, una sensazione non articolata. Poi vi fermate un istante, pigiate le dita sullo smartphone e, lettera dopo lettera, quella intuizione prende forma. In quell’intervallo tra il sentire e lo scrivere avviene qualcosa di interessante: un contenuto immediato, senza tempo e senza spazio, viene estruso nella dimensione del tempo e depositato nello spazio di una frase.
Lo stesso vale quando qualcuno non vi piace a pelle. Avete un sentire immediato, ma non sapete ancora spiegarlo. Se vi chiedono perché, rispondete con un “non lo so, lo sento”. Poi, se ci pensate con calma, la mente trova le parole. La descrizione arriva dopo, non prima: segue un’esperienza già avvenuta altrove.
Idem per un disegno o un progetto architettonico. La forma compiuta non nasce nella mente; nasce da un livello più rapido, più denso, che poi la mente traduce con i suoi ritmi lenti in un oggetto, uno schizzo, una scelta precisa.
Se osservate con attenzione, tutto sembra seguire la stessa dinamica: prima esiste fuori dal tempo e dallo spazio, poi viene codificato.
Compresa la lieve sensazione di disagio che potreste provare leggendo questo articolo: anche quella ha una radice che precede ogni spiegazione mentale. È legata alla frequenza personale con cui ciascuno filtra ciò che può manifestarsi. Ma questo è un tema che merita un approfondimento a parte.
TIC-TOC
il tempo fugge…
TIC-TOC
Il tempo esiste?

